ALESSANDRO PACINI
Ricostruzione sperimentale di una fibula a drago con arco rivestito a nastro trinato.

La fibula è composta da due parti principali: la struttura portante in argento e la trina decorativa in oro, oltre a sei calotte auree laterali granulate; la staffa è dorata a foglia.
Il lavoro si è basato sull'osservazione di una serie di fotografie e radiografie dell'originale, oltre ai confronti con altre fibule simili già pubblicate.
Per prima cosa abbiamo sviluppato graficamente in piano la struttura in argento, così da ottenere la forma del semilavorato di base (fig.1). Tale semilavorato, nella forma precedente alla martellatura, doveva essere stato prodotto per fusione, data la forma molto articolata, specie per quanto riguarda le "espansioni romboidali".

fig. 1 Modello in cera della fibula con il cono di fusione e i probabili canali di alimentazione.

Escludendo i lavori di martellatura della staffa e dello spillo siamo potuti risalire alla forma del fuso iniziale con i probabili canali di getto. Tra le due fasi di lavoro ci sono le seguenti differenze:

Al posto della staffa si trova un quadrello schiacciato più corto della staffa stessa che avrà anche la funzione di principale canale di colata.
L'ardiglione è più corto e tozzo.
La biforcazione del corpo centrale è meno accentuata.

Nella ricostruzione sperimentale della fibula, per ottenere la struttura in argento, abbiamo deciso di usare il sistema della fusione a cera persa, anche se la forma piatta e simmetrica poteva essere fusa anche in una forma a due valve. Il modello è stato realizzato in cera d'api, assemblando con una punta metallica calda il quadrello schiacciato, la lamina su cui sono stati ritagliate le alette, i cordoncini di cera che formano l'arco bifido e lo spillo, infine si sono sistemati l'imbuto di colata e i canali di alimentazione laterali.

Il semilavorato in cera è stato rivestito di un sottile strato di barbottina con aggiunta di chamotte molto fine immergendolo per alcune volte nell'argilla. Una volta essiccatosi questo primo strato si è provveduto a rivestire il tutto con un composto di argilla, chamotte e peli di lana. Ad essiccazione definitiva e fatta scolare la cera, si è gettato l'argento. Il fuso presentava una buona superficie, anche se si è dovuto ricostruire e saldare un'aletta, non venuta in fusione.
Una volta eliminati i canali di alimentazione e il cono di colata, abbiamo tirato a martello lo spillo e abbozzata la staffa, sempre per martellatura, dopodiché si è passati alla levigatura della superficie con pietre e polveri abrasive (arenaria, tripoli). A questo punto non rimaneva che effettuare le giuste piegature e allargare un poco la parte bifide.
La doratura della staffa è stata realizzata martellando a freddo una sottile lamina di oro (spessore 0,1 ~ mm.) sulla staffa di argento ancora in piano. La prolungata martellatura e le numerose ricotture hanno unito i metalli per diffusione solida. Un solco stretto e allungato su un tasso di legno duro è servito da forma per piegare su se stessa la staffa. Il semilavorato ha assunto così la forma definitiva di fibula. Potevamo passare alla preparazione delle calotte e delle fasce di copertura in oro.

Le calotte sono state ricavate per punzonatura di una lamina dello spessore di 0,3 mm, il punzone in ferro è stato costruito appositamente per ottenere la particolare forma subconica. Chiuse sul retro con un dischetto della stessa lamina, sono state poi granulate con la tecnica dei sali di rame. A questo punto restava il dubbio di come le calotte fossero unite alle espansioni laterali della fibula, in questo caso sono state provvidenziali le radiografie che hanno svelato anche la disposizione delle lamine di copertura:

1) Le calotte presentano un foro centrale di circa metà del diametro totale, esse sono probabilmente incollate alle espansioni mediante un materiale organico di riempimento, sulle quali si innestano per qualche millimetro.

2) La lamina centrale con granulazione (B) prosegue oltre la biforcazione rastremandosi un poco ed inserendosi al di sotto della lamina C (fig.2).

3) I bordi delle lamine sono piuttosto spessi. Essi sono ripiegati su se stessi così da rinforzare i contorni, eliminare l'effetto tagliente delle lamine metalliche ed infine servire da agganci o guide per l'unione di altre lamine o fili.

4) Vicino alla prima biforcazione, sotto la parte centrale, c'è una specie di nodo composto da quattro fili d'oro.


Fig. 2 schema delle lamine di rivestimento.



fig. 3 Schema dell'avvolgimento con i fili d'oro.

Sembra che l'orafo etrusco abbia voluto nascondere il più possibile la fibula argentea rivestendola con numerosi avvolgimenti di filo d'oro (fig.3), i fili sono di due tipi: filo mezzotondo semplice (1 mm) e filo mezzotondo con bavette (2 mm circa). Questo tipo di fili, certamente non prodotti in una filiera per la loro irregolarità, si possono produrre schiacciando con il martello un filo tondo dentro un solco fatto con un cesello profilatore su di un tasso di bronzo o di ferro. Il cesello profilatore non lascia nel solco le tipiche striature del bulino, che si trasferirebbero sul filo d'oro, ed infatti nessun tipo di striatura era presente sui fili mezzitondi dell'originale.

La lamina D con filigrana è stata preparata giustapponendo fettucce di lamina e meandri di fili, mentre sulla lamina C si è riprodotta la granulazione con la tecnica dei sali di rame. Sulla lamina E è stato praticato un foro per l'inserimento dell'ardiglione. Tutte queste operazioni sono state eseguite in piano.
Preparati tutti gli elementi di copertura, si è cominciato ad avvolgere i due tondini dell'arco bifido con il filo mezzotondo a bavette E, senza saldarne le estremità alla fibula. Poi si sono applicate le lamine, unite precedentemente tra loro inserendo/ribadendo i bordi di una dentro l'altra ed infine si è proceduto all'altro avvolgimento, quello delle espansioni con quattro fili mezzitondi semplici (A, B, C, D) questo avvolgimento ha anche permesso di fissare la lamina B.

Per applicare le calotte le abbiamo riempite di colofonia in polvere e poi infilate nelle espansioni, scaldandole un po' la colofonia si è sciolta permettendone l'incollaggio.

La ricostruzione sperimentale ci ha permesso di poter vedere la fibula non distorta, nei suoi colori originali dell'oro e soprattutto dell'argento e di constatare che la fibula era assemblata da numerose componenti congiunte meccanicamente e non saldate alla struttura portante in argento, manca cioè la brasatura forte tra oro e argento. Sembra che in questo tipo di oggetto abbiano operato due mentalità tecniche: quella più antica, tipica della tradizione locale, sviluppatasi nella lavorazione del bronzo e del ferro con la formatura a fusione e a martello, senza saldature, e quella innovativa della filigrana e della granulazione.



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