ALESSANDRO PACINI

Circa un passo di Dioscoride sulla iòs skòlekos, ovvero aerugine scolecia, descritta nella "Materia Medica" di Dioscoride

In un recentissimo studio a cura del Consiglio Nazionale delle Ricerche intitolato "La saldatura nell'oreficeria antica", lavoro a cui ho partecipato con alcune repliche sperimentali, avevo tradotto il passo della "Materia Medica" di Dioscoride Pedanio sulla ruggine scolecia; il passo, per la produzione di quella artificiale, prescrive di macinare dell'aceto in un mortaio di rame puro con pestello dello stesso metallo finchè non si produce un sedimento (fig.38), a questo va aggiunto dell'allume e del sale o della soda e poi bisogna scaldare al solleone la miscela fino ad avere una sostanza di colore rugginoso e di consistenza viscosa; a questo punto troviamo la frase kaì oùtos anaplàsas skòlekas tòis rodiakòis omòious apotìteso. che avevo inteso: “e appena (il composto) si rapprende in forma vermicolare, metti da parte” pensando che cristallizzandosi il tutto assumesse forma allungata, forma che però non ho mai notato sperimentalmente.
C'è chi si è spinto oltre nell'interpretazione, supponendo che la forma vermicolare dovesse essere data plasmando con le dita il composto, cosa che veramente non ha alcun senso.
Tutto nasce da un fraintendimento in cui forse già Dioscoride era caduto e che permane anche dopo di lui: il vocabolo skòlekas era stato inteso come “verme” invece di “rosso”. Dai commentari all'opera di Dioscoride che ho consultato, datati tra il XVI e il XIX secolo, risulta che a quel tempo oramai la ruggine scolecia era sconosciuta e che comunque non si usava più essendo stata sostituita dal verdigris (il verderame artificiale prodotto dall'azione corrosiva dei fumi dell'aceto sulle lastre di rame chiuse nelle botti); i commentari traducono il greco skòlekas con scolecia o con vermiculum.
Il latino Vermiculum ha dato origine al volgare “vermiglio”, parola che nel tardo medioevo indicava il prezioso pigmento rosso ottenuto dalle cocciniglie, piccoli insetti infestanti, ma prima, come vediamo nel ricettario d'epoca carolingia "Mappae clavicula", la parola vermiculum indicava in genere un pigmento rosso non necessariamente d'origine animale, come è evidente nella ricetta Sicut facere vermiculum, folio 1 rigo 9 del manoscritto Phillipps-Corning, in cui s'impiegano metalli e minerali per la preparazione del rosso vermiglio e non insetti.
I greci conoscevano vari pigmenti rossi tra quello tratto dalle cocciniglie ed è possibile che al tempo di Dioscoride sòlex indicasse sia il verme che il pigmento, proprio come il latino vermiculum significò allo stesso tempo vermiciattolo e rosso vermiglio; l'inserimento della somiglianza ai rodiakòis cioè letteralmente ai Rodii, ossia dell'isola di Rodi, nel passo dioscorideo è una questione altrettanto nebulosa; questo paragone non compare sempre nelle edizioni della Materia Medica lasciando aperta la possibilità di un'interpolazione successiva, ma, comunque sia, credo si possa intendere rodiakòis come “rose”, traducendo dunque: “e non appena formatosi il colore rosso simile alle rose, metti da parte”.
La messa in pratica della ricetta ha confermato il mutamento di colore del composto di rame che, riscaldato a circa 50°, temperatura possibile in pieno solleone, ha assunto un bel colore rosso ruggine, in tutto simile a quello dell'ossido rameoso: la cuprite (fig.39)

fig.38
fig.39