Analisi e prospettive dell'artigianato
di Andrea Pacini
L'artigianato ha
sempre rappresentato lo sforzo dell'uomo di alleviare la fatica e di
trovare modi più facili, rapidi ed efficienti, per migliorare
la propria esistenza.
Le conoscenze specifiche, acquisite dopo anni di sperimentazioni e poi
tramandate, l'abilità tecnica manuale e, soprattutto, il modo
di vivere il mestiere, hanno sempre contraddistinto la figura dell'artigiano.
Oggi, il campo delle professioni artigiane è stato allargato
a nuove identità e si è ridimensionato per altre, facendo
sì che si perdessero antiche abilità.
Una delle cause principali di questo recente stravolgimento è
senz'altro da rinvenirsi in esigenze quantitative di produzione, al
fine di procurarsi un guadagno economico sufficiente a reggere il pesante
carico fiscale e gestionale.
Per diventare commercialmente competitivi, molti artigiani sono stati
costretti ad affidarsi sempre di più alle macchine, riducendo
la qualità del proprio lavoro.
Non è certo il macchinario in sé il male, ma il suo utilizzo
sbagliato, cioè quando non rappresenta più un aiuto complementare
per la creazione, ma un vero e proprio sostituto.
Per questo l'oggetto artigianale è ora confuso col prodotto industriale,
in una situazione in cui, troppo spesso, il termine artigianale viene
adattato ad attività che di fatto sono piccole industrie.
Ben più grave appare, però, la mancata tutela dell'artigianato
da parte della politica italiana dal r.d. 226/1926 ad oggi.
L'aver ricondotto l'artigianato a comparto dell'industria e la logica
strettamente commerciale dell'intero sistema, hanno quasi annullato
le particolari e specifiche capacità dell'artigiano di bottega,
sopendone quasi del tutto ogni tentativo di reazione.
Ignorando completamente il fatto che essere artigiani è una vera
e propria identità, si è passati da uno stato di abbandono,
pressoché totale, al tentativo d'impadronirsi di quel nome e
di quello che l'immaginario collettivo vi riconduce.
Anche la bottega, che era sempre stata la casa stessa dell'artigiano,
un luogo d'incontro e una vera e propria scuola, in cui il maestro instaurava
con l'allievo un rapporto molto stretto che, oltre a fornire le conoscenze
fondamentali e i segreti del mestiere, ne influenzava inevitabilmente
tutta la vita, è diventata un corso spersonalizzato, generalizzante
e gravato da insegnamenti accessori.
Il vecchio praticantato viene sostituito dai c.d. stage che non s'ispirano
affatto a quell'antico rapporto d'apprendimento.
Le associazioni di categoria hanno perduto ogni legame diretto col mondo
artigiano limitando la loro azione ad un servizio di contabilità,
quasi fino a farsi promotrici di una nuova tipologia di piccola industria
consorziata, lontanissima dalle botteghe.
Si dedicano con più interesse ad attività che sarebbe
più giusto indicare diversamente o, perlomeno, con una specificazione,
come ad esempio il già proposto artigianato di servizio o di
manutenzione.
Tutte le tipologie di mestiere artigiano, originarie e tradizionali,
rimangono pressoché sconosciute o ignorate e questo perché
probabilmente non presentano fatturati eccezionali e rimangono, almeno
idealmente, più legate ai ritmi naturali che a quelli imposti
dai mercati economici.
Dunque ritengo che se oggi gran parte dell'artigianato è più
vicino all'industria che all'arte, ciò è dovuto a motivi
strategici di sopravvivenza, più che ad una scelta consapevole.
Se facciamo riferimento al Codice Civile (artt. 2082 e 2083), vediamo
che la definizione di artigiano rientra in quella di piccolo imprenditore,
identificandolo dalla prevalenza del proprio lavoro sugli altri due
fattori concorrenti, il capitale e il lavoro altrui.
Dopo altre precisazioni, il C.C. rimandava all'emanazione di leggi speciali
per l'esatta definizione del nomen iuris e la prima legge emanata il
tal senso è stata la L.860/1956 che, pur seguendo le indicazioni
del Codice, si è risolta in una definizione generalizzante.
All'art.1, lett. a,b e c, infatti, ripete che "…l'impresa…ha per
fine la produzione di beni o la prestazione di servizi di natura artistica
o usuale…ed è organizzata col lavoro…anche manuale, del suo titolare…con
quello dei suoi familiari.. con piena responsabilità…oneri e
rischi inerenti alla gestione…".
L'istituzione dell'Albo provinciale delle imprese artigiane, all'art.9,
detiene un'efficacia meramente dichiarativa perché, nonostante
la corretta previsione di Commissioni di controllo provinciali e regionali
ad, costituiva in realtà un semplice presupposto per usufruire
delle agevolazioni.
La situazione è rimasta invariata per ventinove anni, poi è
stata emanata la Legge Quadro 443/1985 che devolveva quasi tutte le
competenze alle Regioni.
Di fatto le Regioni hanno poi agito lungo due direttrici; una verso
un'ulteriore delega di competenze agli enti territoriali, l'altra rivolta
all'erogazione di contributi.
Nella legge quadro sono contenute le linee guida riguardo la previsione
di corsi professionali; è stata cancellata la dicitura artistici
o usuali, e fatta specifica menzione dei semilavorati, facendo sì
che imprese di assemblaggio di componenti per ottenere un prodotto finito
o quelle che trasformano beni preesistenti in beni nuovi diventassero
artigiane; ed ha modificato, purtroppo solo sulla carta, la validità
dell'iscrizione all'Albo, da dichiarativa a costitutiva.
Nel 1999, infine, la Regione Toscana ha emanato la L.R. n.56, specifica
per l'artigianato c.d. artistico-tradizionale.
Purtroppo i buoni intendimenti della legge sono rimasti sulla carta.
Infatti, benché si parli di tutela e qualificazione delle produzioni
artistiche e tradizionali in riferimento a valori storici e sociali,
compito di Consorzi di imprese artigiane attraverso la creazione di
"marchi collettivi di origine e qualità", "disciplinari
di produzione" e il riconoscimento delle "botteghe suola",
se ne affida la vigilanza alle C.C.I.A.A. che, troppo lontane dalla
realtà artigiana, non sono in grado di curarne la promozione
in maniera adeguata, affiancate dall'inerzia delle associazioni di categoria
e degli enti territoriali.
Tutto ciò fa si che, le ottime dichiarazioni propositive della
legge si traducano in opportunità per pochi, invece che in una
protezione per le produzioni di qualità, caratteristiche e locali.
Ancora una volta il sostegno agli artigiani è gestito, diretto
e filtrato attraverso rappresentanze che dovrebbero proteggere e promuovere
l'intero settore, mentre spesso il loro intervento risulta parziale
o inadeguato.
Penso che occorra invertire la situazione, mantenendo i buoni propositi
delle leggi analizzate.
Innanzitutto occorre procedere ad una compiuta distinzione di tutte
le varie tipologie artigiane e, con particolare riferimento ai mestieri
artistici-tradizionali, sarebbe senz'altro auspicabile che le botteghe
si autoregolamentassero raggruppate sotto un'Arte , richiamando il senso
di epoca comunale di questo termine.
Agli enti ed agli organi statali rimarrebbe di controllare che non vi
si introducano attività commerciali, mascherate da botteghe,
o, attraverso l'uso di tecniche industriali, concorrenti sleali e dequalificanti.
E' poi senz'altro da rivedere anche il tema dell'istruzione artigiana,
in direzione di un recupero dell'antico rapporto maestro/allievo.
Un'ipotesi potrebbe essere: prevedere la possibilità che, dopo
seri corsi, vi sia l'ingresso in bottega, dove si realizzi il compimento
professionale, a giudizio di una commissione di maestri di quell'arte.
Il tempo necessario a compiere ciascuna istruzione non è predeterminabile,
ma, magari con la presentazione di un capolavoro, giudicato positivamente
dall'Arte, l'allievo potrebbe chiedere di diventare socio del maestro,
progressivamente e di mutuo accordo fino ad un massimo del 49%, oppure
aprire una nuova bottega col sostegno e l'approvazione dell'Arte stessa.
In pratica, dopo tutto questo esagerato consumismo, dovremmo guardare
al futuro con l'intento di trasformare questa infinita catena di montaggio,
in un recupero intelligente del rapporto uomo/natura, basato sulla ricerca
di una migliore qualità della vita e non sull'accumulo arido
e indiscriminato.
Inoltre con la crescente importanza della risorsa turistica e ambientale
per il nostro territorio, mi pare per lo meno opportuno impegnarsi in
questa direzione.
Vorrei, infatti, concludere, facendo un breve, ma significativo excursus
sulle attività artigiane poliziane.
Premettendo
che vi sono pochissime notizie sugli artigiani del territorio di Montepulciano,
risulta che la tradizione artigiana sia piuttosto antica e strettamente
legata al mondo rurale.
Tra la documentazione più antica, attestante la presenza degli
artigiani nel Comune di Montepulciano, vi è un atto notarile
datato 806 d.C., che citava tra i testimoni dello stesso, un certo "…Petrone
orefice…".
La presenza di rigogliosi boschi ha favorito la specializzazione nella
lavorazione del legno.
Risulta che nella Chiesa di S.Giuseppe (1659), era stata trasferita
l'Università dei falegnami, "…già esistente in S.Mustiola…"
che era piuttosto grande e rinomata, tanto da fregiarla con il titolo
di Università.
E' documentata anche una notevole attività d'allevamento, che
rendeva necessaria la presenza di numerosi artigiani del legno e del
ferro, tra cui importanti maestri carrai.
Moltissime professioni artigiane erano connesse alle maggiori produzioni
della zona, prima fra tutte quella del vino e dell'olio.
Il Fumi, nella sua Guida di Montepulciano, stila un elenco di mestieri
presenti a Montepulciano all'inizio del XX secolo, tra cui: accollatari
di opere murarie…calderai, calzolai, carradori…cappellai, cristallieri,
lavoratori di cuoio e pellami, decoratori di stanze, disegnatori, fabbri
e fabbri meccanici, falegnami, fabbricanti di fiaschi e damigiane, filatori,
lavoratori in fornaci di materiale laterizio,…legatori di libri, litografi,
maniscalchi, marmisti, modiste, muratori, orologieri, ottonai, pittori,
ricamatrici, sarte, sarti, sellai, stacciai, tappezzieri, tessitrici,
tintori…" e più avanti, parlando del monumento ai caduti
che si trovava in Piazza Grande, cita"…il maestro scarpellino Ignazio
Belfiore ed il maestro muratore Angiolo Barchi…".
Come si può facilmente dedurre, Montepulciano e il suo territorio
sono sempre stati caratterizzati da una forte componente artigiana;
si pensi anche ai vecchi nomi delle vie, ad es. Via delle Rughe, prima
Via delle Arti, o Via di Collazzi che era Via degli Operai, e tuttora
esistono nomi di vie e vicoli che ricordano quale attività prevalente
vi si svolgeva prima.
La mancanza di una considerazione specifica dell'artigiano è
dovuta al fatto che, almeno fino all'industrializzazione della Val di
Chiana, pur essendo dotato di grande maestria, ha sempre rappresentato
una << professione normale >>, visto che era molto diffusa,
e che le persone, quasi sempre, erano prima contadini che artigiani.
I manufatti della società pre-industriale erano unici, nel senso
che ciascuno, per quanto spesso riprodotto, era sempre leggermente diverso
dagli altri e le persone compravano per usare e non prevedevano di usar
per scartare.
La Val di Chiana in genere dai primi anni del 1900 fino agli anni cinquanta,
ha continuato a mantenere un'agricoltura di autoconsumo, derivata dal
sistema della mezzadria.
La crisi rurale degli anni cinquanta ha portato alle colture intensive
su ampie superfici ed alla trasformazione di molti contadini in prestatori
di manodopera, sia per la nuova agricoltura, sia per i nuovi settori
extra-agricoli.
Si è così sovvertito l'aspetto tradizionale del territorio
e cambiato radicalmente modo di vivere.
Una delle principali conseguenze di questo drastico mutamento, fu l'abbandono
dei poderi a favore di un accentramento urbano, in un alternarsi di
flussi immigratori ed emigratori.
Le minuscole attività artigianali ( come i calzolai, i sarti,
i calderai, i cappellai…), tra gli anni cinquanta e settanta, iniziano
a scomparire visto che si basano sulla domanda locale.
Molti artigiani, subito dopo la costruzione dell' autostrada del sole
(primi anni sessanta), che amplifica eccezionalmente la possibilità
commerciale, si sono adattati, dando vita a nuove attività del
medesimo settore (soprattutto mobilifici, calzaturifici e fabbriche
di laterizi), di poco superiori per dimensioni, ma rivolte al mercato
esterno.
Alcuni di questi artigiani, tuttavia, non riuscendo a far fronte alla
forte domanda esterna, si sono trasformati direttamente in commercianti,
commissionando ad altri la produzione.
Si avvia così quel processo di frammentazione e specializzazione
della lavorazione artigianale a favore dell' industria.
Gli artigiani hanno reagito adattandosi al sistema capitalistico.
Parte dell'artigianato, si è trasformato in una piccola industria
<< anomala >>, messa in evidenza dalle minime dimensioni
delle aziende, a gestione familiare, dove si effettuano lavorazioni
che sono però industriali, cioè realizzate con l'intervento
di macchinari complessi per produrre articoli in serie.
In particolare, per quanto riguarda il territorio di Montepulciano,
si sono affermate l'agricoltura intensiva, l'artigianato di manutenzione,
il commercio quasi all'ingrosso e soprattutto l'organizzazione amministrativa,
quando una delle principali risorse del posto, cioè il turismo
dovrebbe essere notevolmente incentivato da un relativo ritorno al passato
dell'agricoltura e dell'artigianato.
[1] Arti (che riunivano
tutti gli esercenti la stessa attività), le opere (costituite dalle
maestranze specializzate di diversa estrazione) e le botteghe (la classica
unità di formazione e produzione, dove il rapporto tra allievi e maestro
era regolato dalle norme emanate dalle arti).