Artigianato artistico tradizionale
di Alessandro Pacini
Molti popoli antichi pensavano
che l'origine dei mestieri artigianali fosse divina. Quelle antiche
genti avevano una divinità che proteggeva e ispirava gli artigiani,
una divinità scaltra e abile: gli antichi egiziani avevano il dio vasaio
Ptah, i sumeri lo chiamavano Enki, gli antichi indiani avevano il fabbro
divino Tvastri, gli antichi greci Efesto
Efesto,
figlio della dea Era (Giunone) e di Zeus, era il dio del fuoco e dei
metalli, regnava sui vulcani che erano le sue officine. Una versione
della leggenda dice che da piccolo fu affidato dalla madre a Cedalione
di Nasso perché lo istruisse nella lavorazione dei metalli. Le sue opere
erano meravigliose e talmente perfette da animarsi. Efesto modellò con
la creta Pandora, la prima donna. Fu lui che fabbricò le armi stupende
di Achille durante la guerra di Troia.
Nel mondo antico gli artigiani
(specie quelli che lavoravano col fuoco) erano considerate persone speciali,
a volte con poteri soprannaturali, di origine divina, appunto.
Queste capacità particolari
degli artigiani per secoli sono state riconosciute e rispettate, perché
gli artigiani creavano dalle materie prime cose nuove, speciali o bellissime.
Per essere introdotti e imparare la loro arte bisognava a volte addirittura
subire un'iniziazione e sempre, comunque, fare un'apprendistato
lungo e faticoso.
Molti procedimenti tecnici erano segreti e trasmessi solo a pochi prescelti
dai vecchi maestri. Quasi sempre le botteghe erano anche la casa degli
artigiani, l'unico posto dove si poteva imparare, non solo il mestiere,
ma anche ad affrontare la vita.
Le botteghe sono esistite basandosi
sugli stessi principi per molti secoli.
Poi è arrivata l'industrializzazione
e gli artigiani sono cominciati a sparire, finchè oggi, ai pochi
rimasti, hanno anche cambiato nome: gli artigiani si chiamano imprenditori
e le botteghe aziende.
Invece dei ragazzi apprendisti del passato oggi ci sono giovani imprenditori,
che si devono preoccupare solo di trovare il modo di fare soldi, di
essere competitivi sul mercato.
Solo ultimamente e per motivi di ritorno d'immagine o di potere, qualche
amministratore e qualche politico hanno cominciato a fare attenzione
ai veri artigiani, cercando di individuarli come appartenenti al cosiddetto
artigianato artistico tradizionale, ma
poi, rivolgendosi alle associazioni di categoria o a gruppi culturali,
finiscono sempre per non capire che i due punti fermi da cui bisogna
partire sono: il maestro
artigiano e la bottega.
Da Efesto al giovane imprenditore
significa dalla sacralità del fare con le mani alla sacralità
del denaro.
Prima di qualsiasi progetto, idea,
promozione, incentivo, e chi più ne ha più ne metta, bisogna
capire che l'artigianato esiste solo con la bottega e con il
maestro.
Nel giugno del 1999 io e pochissimi
altri artigiani abbiamo partecipato ad un incontro con i candidati sindaci
di Montepulciano.
Il presidente della CNA disse: "produzione e profitto sono elementi
senza i quali l'impresa non è tale". E infatti io non sono un'impresa
e non voglio esserlo.
Il candidato della sinistra moderata, Di Betto: "non illudiamoci che
con l'artigianato si renda vivo il centro storico", mentre Balducci
di Rifondazione pensava di allargare le zone artigianali fuori del centro
storico e Crociani, candidato della destra, confermava la situazione
di disagio economico degli artigiani locali.
MAESTRO E BOTTEGA
Certo non è facile oggi far rivivere
le botteghe, per via delle leggi e delle normative che ormai non sono
più sotto controllo popolare, ma anche per via della mentalità della
maggior parte degli italiani (un falegname mi ha detto che per farsi
aiutare sul lavoro aveva offerto 10 euro ad un ragazzo e che questo
gli rispose: "no grazie, se vado dalla mia mamma me ne dà 50"). Ma i
veri artigiani continueranno ad esistere e a cercare un loro spazio…
Se le amministrazioni vorranno considerare questa realtà, prima imparando
a conoscerla poi valorizzandola come un bene artistico culturale, faranno
una buona scelta per il futuro.
Bino Bini
è un noto orafo-scultore fiorentino
nato nel 1916. Apprendista a dodici anni prima da uno sbalzatore, poi
in fonderia. Bini mi ha detto di essere convinto che l'unico posto dove
si può imparare il mestiere è la bottega.
I nostri vecchi ci hanno lasciato
qualche indicazione:
"Adornatevi prima di questo
vestimento: cioè amore, timore, ubbidienza e perseveranza. E
quanto più tosto puoi, incomincia a metterti sotto la guida del
maestro a imparare, e quanto più tardo puoi, dal maestro ti parti".
(Cennino Cennini, Libro dell'Arte.
pittore nato a Colle Val d'Elsa alla fine del '300).
"Hor per concludere vedute
le fadighe, le grandi spese, li pericoli e glinciampi e tante concordantie,
che a tale arte bisognano e forzo chi non ha per mezzo di tale esercitio
bisogno di esaltarsia, llaffarlo fare agente naturata nele fadighe e
ne disagi e tanto più quanto io cognoscho esser di necessità
che quanto più può facci di sua mano, overo interuenga
con la vista in tutto per non hauersi affidare alle mani nè agli
occhi di ministri, quali spesso o per non sapere, o per fuggir fadiga
come la stia o faccino la cosa, pocho curano". (Vannoccio
Biringuccio, De la Pirotechnia, 1540. Biringuccio fu battezzato
a Siena nel 1480. Lavorò da ragazzo nelle miniere di ferro di
Boccheggiano. Nel 1514 ottenne l'appalto della zecca senese. Nel 1529
fu sovrintendente della fabbrica delle artiglierie per la Repubblica
fiorentina. Nel 1530 fu capomastro dell'Opera del Duomo di Siena. Morì
a Roma nel 1537).