Imparare un mestiere
di Manuela Petti

La mia prima esperienza in campo artigianale, dopo il liceo classico, è stata come dipendente nel settore tessile, a Prato, un settore che dipendeva direttamente dall'industria: l'unica differenza era il numero dei dipendenti. Il lavoro era ripetitivo, davanti a una macchina che torceva i fili, senza conoscere le altre fasi di lavorazione, era richiesta soprattutto la sveltezza di esecuzione. Come molti altri che cercavano un lavoro meno spersonalizzante e più creativo iniziai ad arrangiarmi usando diversi materiali poveri (legno, cartapesta, argilla). Ero consapevole che per imparare un mestiere o un'arte, che era quello che avevo sempre voluto fare, occorreva trovare un maestro artigiano disposto ad insegnarmi: cosa già molto difficile e per una ragazza quasi impossibile. Sopratutto per due motivi:
- L'artigianato aveva subito l'impatto con l'industria e con il consumismo, era iniziato un processo che ha portato oggi alla mania per gli oggetti firmati o alla realizzazione di messaggi pubblicitari in cui per essere realizzati e soddisfatti basta possedere un'auto di prestigio.
- Da un altro lato, con le nuove leggi ereditate dalle vertenze contrattuali dei dipendenti dell'industria, assumere un apprendista era diventato un onere difficilmente sostenibile per quel tipo di artigianato che oggi è definito artistico e tradizionale.
Per un artigiano il proprio mestiere, o arte, è l'unica vera risorsa su cui poter contare, insegnarlo richiede tempi lunghi e pazienza, un apprendista non si ripaga da subito, a meno di non avere una produzione in serie dove poterlo inserire dopo poche istruzioni. Inoltre, una volta imparate le basi del mestiere c'è il rischio che l'apprendista se ne vada magari creando concorrenza. Si capisce anche da questo che il rapporto apprendista artigiano non si instaura con facilità e con chiunque.
Nell'85, era venuta fuori la legge quadro, che aveva introdotto la definizione di "artigiano imprenditore", credendo di individuare in questa figura l'inevitabile evoluzione del vecchio sistema artigianale. Si riconoscevano all'artigianato le qualità di poter resistere alle crisi a cui l'industria era soggetta e un patrimonio culturale innegabile e si pensò che se queste qualità avessero avuto gli stessi strumenti dell'industria (tecnologia, struttura, marketing, legislazioni ecc.) ci sarebbe stato un rilancio. C'era la convinzione, e c'è tuttora, che la figura imprenditoriale avrebbe creato occupazione e che la tecnologia significasse miglioramento della qualità dei prodotti o essere più competitivi. Spesso questo non è vero, basta pensare ai virtuosismi degli orafi etruschi che molti hanno cercato di imitare non riuscendo a riprodurre la stessa finezza e abilità. E' comunque opinione comune che lo sviluppo ruoti intorno all'industria, nonostante le crisi nere che attraversa (oggi si parla di declino dell'industria), e che tutto il resto debba essere complementare.
Credo che con la legge quadro si fosse voluto regolamentare anche tutto il settore emergente delle imprese direttamente dipendenti dall'industria o derivanti dalla frammentazione dell'industria, come successe per il settore tessile a Prato. La questione era talmente dibattuta negli anni '60-'70 che anche artisti come Dario Fo e Franca Rame se ne occuparono presentando uno spettacolo sull'illusione dell'operaio che aveva pensato di diventare un padroncino. Le grandi industrie tessili furono smantellate, i telai furono dati con la formula dello sconto-lavoro agli ex operai che si misero in proprio. La classe operaia si disperse e si indebolì, gli industriali si liberarono così di molti oneri e costi. Le piccole ditte affiliate all'industria venivano chiamati artigiani, in realtà erano operai che avevano perduto gran parte dei diritti dei lavoratori.
Dunque la legge quadro sull'artigianato uniformò la realtà artigiana che di fatto è ed è sempre stata molto variegata, dando per scontata, in qualsiasi mestiere, la struttura imprenditoriale.
L'idea alla base della formulazione della legge quadro è che il moderno artigiano deve: conoscere bene il proprio mestiere ed esercitarlo nella propria ditta (e fin qui ci siamo, pensavo che bastasse), insegnarlo agli apprendisti nelle scuole di formazione gestite dalle regioni (e già qui verrebbe da valutare in cambio di che cosa), inoltre: imparare le nuove tecnologie, l'informatica, la lingua inglese, la progettazione, il marketing, la comunicazione, le pubbliche relazioni, l'organizzazione aziendale. Io ho sempre faticato molto a conciliare il lavoro manuale con gli impegni delle scadenze, della contabilità, con il contatto con il pubblico e la vendita dei miei lavori. Alla fine tutto questo diventa un secondo, terzo e anche 4°lavoro e motivo di forte stress. Mi chiedo come possa un artigiano essere anche imprenditore: sicuramente cambiando mestiere, cioè diventando un imprenditore e basta.
Questa uniformazione ha negato l'identità di una consistente fetta di artigianato, per lo più appartenente a quello che viene definito artistico e tradizionale.
Tale identità è caratterizzata dall'essere ditte individuali, familiari, con scarsa o nessuna presenza di dipendenti, dal basarsi su un sapere tramandato e consolidato nel tempo a cui non occorre molta nuova tecnologia (ad esempio in oreficeria chi vuole creare oggetti nuovi e utilizzare tecniche diverse da quelle standard o dal semplice assemblaggio dei semilavorati, deve costruirsi anche l'attrezzatura), da tempi di apprendimento lunghi, nella bottega artigiana non c'è divisione dei processi di lavorazione (l'artigiano deve sapere fare tutto dall'inizio alla fine durante la realizzazione del lavoro), non c'è separazione fra l'ideazione e la realizzazione (non occorre un designer, una macchina computerizzata per la prototipazione con relativo tecnico...), per cui un apprendista non si ripaga che dopo molto tempo e molti sforzi da parte dell'artigiano per insegnargli il mestiere.
Questo artigiano che sarebbe dovuto scomparire ha continuato ad esistere, ai margini, dimenticato (e spesso c'è da dire: per fortuna dimenticato!), ricordato solo per comodità, a volte visitato come un'attrazione da giardino zoologico che avvilisce e intristisce il valore del suo lavoro. Ha continuato ad esistere nella figura dei maestri formatesi prima degli anni '70-'80 (B.Bini) la cui vicinanza, per chi lavora come noi è un vero toccasana, una fonte di ispirazione e di energia; continua ad esistere nella caparbietà di chi è andato avanti nonostante tutto, perché bisogna veramente crederci, visti i modesti profitti, l'indifferenza degli enti locali, gli svantaggi e le umiliazioni.
Il colmo è che all'artigiano si danno anche tutte le colpe: sono luoghi comuni dire che non è propenso a rinnovarsi, ad accettare la tecnologia, ad associarsi, a partecipare, insomma ha il difetto di non volersi adeguare ai modelli teorizzati, di voler esistere e mantenere la propria identità.
La legge quadro fa riferimento anche alla formazione professionale, che è delegata alle regioni e si muove nell'ambito delle indicazioni europee e delle leggi dello stato. Ambedue partono dal presupposto che esista solo una struttura divisa fra imprenditoria e occupazione, due figure con mansioni e ruoli ben distinti. Esiste solo la PMI (Piccola e Media Impresa) formulata dalla legge e tutto quello che non rientra dentro questa formula o non è preso in considerazione o è regolato da leggi inadeguate e inefficaci. Molti artigiani di fatto subiscono le scelte e le normative che vengono loro applicate, ma che non li rappresentano. L'artigiano, per garantirsi la sopravvivenza, è così costretto dal pessimismo alla politica del non fare, all'individualismo, perché come si muove incominciano i guai, si mantiene al di fuori di tutto quello che non è il proprio piccolo, sperando di essere lasciato almeno in pace.
Ancora più inefficaci sono le normative sulla formazione professionale. Il mezzo di formazione per eccellenza dovrebbe essere, come è sempre stato, l'apprendistato, ma, come ho già detto, per molti artigiani è impossibile tenere un apprendista. Venendo a mancare l'apprendistato, che consiste in una lunga e assidua frequenza di bottega, i corsi di formazione si basano soprattutto sulla formazione imprenditoriale, riempiendo il vuoto di un maestro con altre materie. Per fare un esempio CEFOART (Centro di Formazione per l'Artigianato, ente bilaterale tra CNA, CONFARTIGIANATO, CGL, CISL, UIL della Provincia di Siena) per conseguire una "Qualifica Professionale Regionale di Orafo in Genere" prevede le seguenti materie: "il computer nella vita quotidiana e professionale, lingua italiana come elemento base per sostenere la relazione e come elemento di socializzazione, matematica e geometria nell'uso della vita quotidiana, lingua inglese base, sicurezza e qualità nel lavoro e prevenzione rischi, diritti e disciplina del lavoro, tecnologie dei materiali, storia dell'arte, marketing orafo, disegno del gioiello, laboratorio orafo, lavorazione in cera, informatica applicata alla progettazione orafa, relazione, comunicazione e relazioni interpersonali, organizzazione aziendale", il tutto per un corso di 1800 ore divise in due anni, la durata del primo anno è dunque di 900 ore di cui 600 aula/laboratorio e 300 di stage. Questa situazione permette a un numero crescente di persone di inserirsi nel vuoto creato dall'assenza di artigiani veri e propri, che rappresentano i "filtri" attraverso cui passa ormai la totale quantità di aiuti e di sovvenzioni, che altrimenti sarebbero destinati all'artigianato.
Tale situazione ha comportato anche una progressiva divisione fra il "sapere" e il "saper fare" (definizioni che ho sentito spesso usare dagli addetti ai lavori), il primo delegato alle accademie, alle associazioni di categoria, agli specialisti delle leggi di mercato, agli informatici, ai tecnici, agli psicologi ecc. e il "saper fare" relegato all'artigiano, il cui compito si restringe così a "dimostrare" o mostrare in pratica le nozioni precedentemente insegnate e organizzate dai suddetti specialisti. Difficilmente si ottiene da qui un artigianato di qualità, che non sarebbe impossibile, ma che richiederebbe, dopo il corso di formazione, grande fatica, volontà, dispendio di energie e soldi "a perdere". Il più delle volte, almeno nel mio settore, succede che quei ragazzi che hanno il coraggio di mettersi in proprio non ce la fanno e si vedono costretti a diventare commercianti, magari continuando a spacciare per produzione propria merce acquistata.
La legge, per quanto riguarda l'artigianato artistico e tradizionale, ha formulato lo strumento della bottega-scuola, gestita da un maestro artigiano, ma non si capisce bene, una volta definiti i requisiti di ambedue, cosa devono fare, quali stimoli ci sono oltre alla possibilità, forse, di prendere un qualche contributo. Nella legge quadro c'è poco e nulla, si delega tutto alla regione; nella legge regionale del 1999 si trova qualcosa di più (ART.10 punto 3) ma che chiarisce poco; dal disegno di legge del 2001 (ART 8 punto 2) si capisce che si tratterebbe di convertire il proprio laboratorio in una scuola di formazione, cosa sicuramente non semplice e notevolmente impegnativa. Verrebbe da chiedersi: "chi me lo fa fare?", forse è per questo che le botteghe scuola, attualmente, sono molto poche, io non ne conosco nemmeno una nè a Siena nè a Firenze e provincia.
Degna di nota è un'esperienza che iniziò a Brescia alla fine degli anni '70, dove nacquero delle scuole-bottega gestite dagli artigiani, che funzionavano bene, almeno per quella realtà, con una formula spontanea e meno restrittiva della bottega-scuola, ma molto efficace. La legislazione che è seguita dagli anni '80 in poi ha reso impossibile la sua continuità (studio della regione Lombardia del Dicembre 2002 pag.8).
Devo dire che anche io ho frequentato, per imparare, quello che era il C.F.P di Firenze: 2 anni di frequenza più 1 di specializzazione. Rispetto ai corsi attuali c'erano più ore di laboratorio, meno materie inutili e più ore di frequenza, ma insufficiente per imparare un mestiere. Pochissimi allievi ebbero la fortuna di continuare in un laboratorio orafo, chi si è messo in proprio, come me, senza avere un maestro, ha dovuto faticare parecchio, sperimentando, leggendo, pagando di tasca propria nuovi corsi di aggiornamento.
Una novità della legge regionale del 1999 è l'istituzione dei Consorzi di Tutela che hanno il compito di garantire l'origine e la qualità dei prodotti dell'artigianato artistico e tradizionale, avvalendosi dei marchi di origine e di qualità. Nella provincia di Siena non ne esiste nemmeno uno.
In conclusione mi sembra che, per quanto riguarda l'artigianato artistico e tradizionale nessuno sappia bene di che cosa si sta parlando. Gli si cuciono addosso tanti vestiti che non stanno insieme e che non rispecchiano la realtà, lo dimostra l'inefficacia delle leggi, delle associazioni di categoria, della formazione professionale. Sembra che ci sia un modello, probabilmente quello europeo, a cui è imperativo uniformarsi, prima di tutto per avere i requisiti per prendere i fondi e poi in nome di uno sviluppo imprenditoriale che è del tutto estraneo alla natura e ai contenuti di questo tipo di artigianato. Tutto questo a costo di distruggerlo, come è successo e sta succedendo.
Dell'artigianato non interessa nulla a nessuno, se non quando c'è da fare i burocrati e da raccattare fondi o consensi (voti), o da guadagnarci, o quando c'è bisogno di sfruttare un'immagine (la pubblicità la sa lunga su questo, con il "fatto a mano" i "sapori di una volta"). Non interessa agli enti locali né alle associazioni di categoria, alle banche (eccetto un pochino al Credito Cooperativo e solo grazie al Mazzetti), a nessuno. Anzi, la mia esperienza mi ha insegnato che più si sta alla larga da tutto questo e meno rischi si corrono di essere strumentalizzati e di trovarsi in situazioni spiacevoli. L'individualismo e la chiusura dell'artigiano hanno un senso: e cioè che l'artigiano può fare affidamento solo sul proprio mestiere, unica ricchezza e patrimonio, conoscenza ed esperienza insieme, che hanno sempre un prezzo abbastanza alto perché non esistono scorciatoie. Perciò è naturale chiedersi: perché svendersi?
Ci rimane da dire ben poco, alcuni diranno che è facile criticare e basta, invece io dico che non è facile affatto, dal momento che, almeno per quanto mi riguarda, combatto con questa situazione da quando ho aperto, il 1990. Mi accontenterei se, autonomamente, senza legarsi e impastoiarsi con enti e associazioni di categoria varie, sempre pronti a mettere le mani su tutto quello che c'è e ingabbiarlo, questa fosse un'occasione da ripetersi, per incontrarsi, scambiarsi idee ed esperienze, stando piacevolmente insieme, creando in questo modo un terreno fertile per nuove idee e proposte da gestire nel nostro piccolo, per riacquistare quella fiducia che non c'è più. Lasciamo da parte i mercatini le fiere e il finalizzare tutti gli sforzi sulla vendita: promuoviamo quello che sappiamo fare suscitando l'interesse e comunicando la passione che ognuno di noi ci mette, facendo informazione e confrontando i nostri lavori o le nostre ricerche. Sono sicura che questo diventerebbe con il tempo un punto di riferimento per molti di noi.

 


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